lun

28

mar

2011

UN SIMBOLO DI DISPERATA FORZA

di Nicoletta Bardi***


La nostra cariatide non era sola: Nicola Rubertelli ne aveva fatte costruire due per la seconda edizione di “Operetta” di Gombrowicz che il T.S.A. (allora Teatro Stabile dell’Aquila) mise in scena nella stagione 1980-81, per la regia di Antonio Calenda. Due donne fiere, che sostenevano con grazia e determinazione il peso posto sopra di loro, con le mani, lasciando liberi i folti capelli spinti all’indietro dal vento che aderiva al corpo rivelandone perfettamente le forme.
Una cariatide è sparita da decenni, dopo aver ornato il porticato dell’Emiciclo del Palazzo Regionale dell’Aquila; l’altra, la nostra, dopo aver viaggiato per tutta Italia in tournèe con Pino Micol, Maria Monti, Giampiero Fortebraccio e persino un Sergio Rubini alle prime armi, è approdata al Palazzo Santa Teresa, che da convento, ospedale, scuola e chissà che altro, dal 1977 era diventato sede del Teatro Stabile e successivamente anche dei Solisti Aquilani. La cariatide, su un lato dell’atrio che si apre su Via Roma, attirava gli sguardi dei passanti, con la sua voluttuosa prestanza.
Il 6 aprile 2009 l’atrio è rimasto intatto, nonostante il piano superiore fosse crollato; nei mesi successivi, anche il soffitto, inzuppato di pioggia, è caduto a pezzi, ma la cariatide è rimasta lì, immobile, a sostenere un anacronistico pezzetto di volta. E’ stato allora che ce ne siamo innamorate: custode di un percorso di cultura, di teatro, di bellezza, e infine anche di disperata forza.
Adesso la nostra cariatide è imprigionata da decine di tubi di ferro che rappresentando un’opera di consolidamento furibondo tentano inutilmente di nascondere ciò che è palese: il palazzo non sarà recuperato, un altro pezzo di storia della città scomparirà, vittima dell’immobilismo e dell’incuria che è seguita al terremoto e che ha fatto danni ben peggiori del sisma.
La nostra cariatide, forse rappresentazione dell’Albertina di Gombrowicz e forse superstite di una rappresentazione di distruzione che si è tragicamente tramutata in realtà, è stata per noi anche un viaggio nella memoria che si va disfacendo insieme alle mura delle nostre case: perduta nel crollo della sede del Teatro ogni testimonianza delle produzioni teatrali, alle sole voci dei protagonisti superstiti è stato affidato il ricordo del passato, e non è stato facile armonizzare i brandelli di memoria, fino a giungere a un ricordo corale che ha restituito il percorso della bella scultura.
Eravamo partite da uno sguardo e da un’emozione nel cercare un’immagine che riassumesse in un corpo solo tutta la sofferenza, la forza e la determinazione delle donne aquilane. Adesso, ancora più consapevoli della storia di ogni brandello di arte e anche del valore dei simboli, ci rendiamo conto che la scelta è stata saggia e lungimirante: in “Operetta” Albertina risorge dalla bara, nuda, indomita, a rappresentare il trionfo, a lungo negato, del giovane sul vecchio, dell'universale sul nazionale, del sogno sull'ideologia: è l'apoteosi della nudità, simbolo di verità, sincerità, semplicità, e sancisce il crollo del vecchio mondo. Nella prima edizione del 1969 Antonio Calenda e il T.S.A. ne fecero il primo clamoroso esempio di nudo teatrale italiano, nella seconda edizione, di cui la nostra cariatide è figlia, il rovinoso sconvolgimento della scenografia urlava il desiderio di libertà da ogni convenzione. La nostra donna-scultura ci accompagnerà in un percorso di liberazione che guarda a terra ma sostiene il cielo, perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento.


*** Articolo uscito sul numero 86 della rivista Leggendaria, in libreria dal 10 aprile 2011, con quattro pagine dedicate all’iniziativa del 7 e 8 maggio

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