Le donne di Maggio

21 giugno 2011

Paola Meneganti Associazione Evelina De Magistris Livorno

“Venite a L’Aquila”. “Le donne terre-mutate chiamano”.

E noi abbiamo risposto: Paola, Maria Pia, Marusca, Grazia, Daniela. Con un pensiero a quelle amiche che avrebbero desiderato esserci, e che non hanno potuto, per vari motivi.

 “Il Comitato Donne “terre-mutate” nasce a L’Aquila nell’ottobre del 2010 per portare donne di tutta Italia a “vedere L’Aquila com’è”. Quel che è stato fatto e quel che NON è stato fatto; le ferite aperte, il dolore, le rovine, gli inganni, ma anche la determinazione e la voglia di fare e di vivere ce hanno molte e molti. Terre-mutate, appunto, chiedono e aprono un mutamento.

Scrivevano, sul loro sito: vogliamo fare l’incontro, per “creare una rete solidale con altre realtà di donne che lavorano dentro le associazioni, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nell’arte; per accompagnarle a visitare la “zona rossa” ancora transennata e le C.A.S.E; per condividere anche un momento di gioia, una festosa trama di relazioni, semi di ricostruzione e di rinascita. 

L’evento nazionale sarà l’occasione per lanciare un progetto ambizioso: una Casa delle donne da realizzare in città, un luogo per tutte le donne che la vorranno abitare”. Siamo andate, sabato 7 e domenica 8 maggio 2011. "Venite a L'Aquila. Venite a vedere cosa fa male all'anima. Venite a vedere le pietre che parlano, sussurrano e gridano. Erano frontoni, architravi, basamenti, capitelli. Venite a vedere come debordano dai muri di cinta le piante non potate, le schiere insolenti delle parietarie che avanzano sulle macerie, l'erba davanti i portoni chiusi delle case, tra i ciottoli dei vicoli che nessuno calpesta più" (da un cartello manoscritto, lungo il corso Vittorio Emanuele, L’Aquila)
Siamo andate. Messe da parte le urgenze quotidiane, arriviamo a L’Aquila, verso le 12 del sabato. Il navigatore, per portarci all’albergo, ci indica strade che, nella realtà, non sono percorribili. Ad un certo punto vediamo isolati cintati, case ingabbiate, reti di contenzione. E poi, le barriere. E il primo posto di blocco: una autoblindo dell’esercito e gli alpini. Non ci hanno detto niente, mica volevamo forzare le barriere. 

Le case sono ferite in profondità. Vediamo solo questo, ora, perché c’è il deserto di presenza umana. Ma riusciamo, alla fine, a giungere all’albergo e vedere ed ascoltare, subito, l’acqua lustrale delle 99 cannelle. Aqua fons vitae, l’acqua dà vita, connette, pulisce, l’acqua bene comune … 

Una salita a piedi, la natura dilaga, fiorisce, esplode, semina, riluce sotto il sole di questa giornata, ed ecco il corso, ed ecco la violenza di case inchiavardate, deserte, isolate. La casa, oikos, da qui viene il termine “economia”, la casa come radice e  principio ordinatore. Poi, una rete, foto e fiori, alcuni ingialliti dal dolore: un buco, un’assenza, la Casa dello studente. Ne sappiamo la storia. I volti sono giovani nelle foto appese. Una signora fa una rapida carezza a una. Chi ha il coraggio di chiedere?  Crepe, fratture, sostegni di legno e metallo. Ho visto anni fa un paese sommerso, riportato periodicamente alla luce. Una Vagli enorme, inchiavardata e deserta, solo che i tubi Innocenti sono migliaia, e così pure i morsetti, ancora lucidi sotto il sole. Davanti al grande vuoto, al buco enorme dove stava la Casa dello studente (ma perché lasciarlo così, in questa sospensione colma di orrore?), sull’altro lato della strada, un monumento, semplice e complesso, come le cose che sa fare l’amore. Alcune, al mattino, hanno sistemato piantine fiorite, i “fiori per non dimenticare”.  Poco dopo, lungo la strada, scatto una foto che diventerà, per me, tra le altre, una foto parlante: un rosso camion di vigili del fuoco sopra un terrapieno di macerie. 

La presenza dell’esercito. Colpisce. Gli alpini, con le penne nere. La presenza dell’esercito è straniante. Ma a che cosa fanno la guardia? Ci porremo molte volte la domanda: ovunque, soldati, perfino lungo il muro perimetrale della Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Se non si capisce che cosa facciano in concreto, si percepisce però benissimo la dimensione simbolica che questa presenza implica: il controllo, la sorveglianza, un territorio presidiato, un territorio non libero, la sospensione del libero scambio, della libera circolazione. Io partecipo alla “stanza”  “Donne in resistenza contro la militarizzazione dei territori”, nell’hotel Castello. Sì, perché la presenza di tante donne a L’Aquila –  alla fine, saremo in seicento – ha fatto riaprire alcuni bar, hotel, locali di ritrovo. Anche questo è vita. 

Serenella apre l’incontro: non ho più una città, dice. Il sabato e la domenica assistiamo ad un turismo terremotato, per il resto, non c’è nessuno, salvo l’esercito, anche se di camionette, ora, ce ne sono un po’ meno. I militari sanno di aderire al progetto “Strade sicure per L’Aquila”. Ci siamo abituate a vedere i militari. Alle 11 di sera  chiudevano i cancelli. Ci hanno inseguiti, per un anno e mezzo: “Lei chi è?”. Eppure, ci sono stati ugualmente tantissimi furti. Questa è la militarizzazione: ci chiedevano chi fossimo qui, nella nostra città. La terra-mutata è la condizione per cui chiedi scusa, nel tuo territorio. Dice ancora Serenella: avervi qui, è un grande regalo. 

Molti altri interventi: il Comitato Madri per Roma città aperta (sorto per ricordare l’esperienza di un ragazzo, Renato, ucciso dai fascisti, e dal desiderio della madre Stefania di fare qualcosa. ”Lo Stato ha armato il braccio di quelli che hanno individuato in lui il diverso”). A dieci anni da Genova G8: la perdita del territorio, la militarizzazione, le gabbie, i cittadini che devono presentare i documenti per entrare a casa loro. Poi, il Comitato nazionale Dies Irae, dei familiari delle vittime dell’illegalità, di cui fa parte Antonietta Centofanti, che ha perso un nipote nella Casa dello studente; il comitato No Dal Molin (“Vogliono stroncare  quelli che hanno ancora un po’ di fiato per reagire”).

Le Donne in nero di Ravenna, che hanno ricamato la biancheria, perché era così triste vedere tutte quelle tovaglie tutte uguali, nelle nuove casette … anche le suore di clausura hanno lavorato. Le Donne in nero di Fano, le Donne in nero di Verona, il Circolo UDI La Goccia di Roma, le Donne in nero di Napoli, il collettivo Le ribellule di Roma, il Centro Donna di Grosseto, le Donne in nero di Padova, il Centro femminista separatista della Casa della Donna di Roma, e tante altre.  Riprendo appunti sparsi: emerge il senso di privazione della cittadinanza.

Noi donne ci sentiamo legate al territorio, alle battaglie che riguardano la terra. Per noi è fondamentale la relazione: già da madre a figlia, la cura della casa, ma non solo, siamo in relazione con chi calpesta il terreno.

L’Aquila come “luogo difficile”, dove ci sono controlli e sospensione della libertà, fino alla difficoltà di comprare anche una ricarica telefonica. Nelle casette nuove c’era di tutto, pure le coperte per gli ospiti, ma non si poteva neppure appendere un poster al muro. Eppure, hanno messo in condizione la popolazione de L’Aquila di dire “grazie”.

Preoccupa la militarizzazione delle menti, per cui è la gente a chiedere “progetti sicurezza”. Lo scopo è far diventare senso comune la costruzione del nemico. Perché c’è bisogno di un nemico per costruire l’identità? E ancora, dice Nadia, delle Donne in nero di Napoli: c’è la perdita della terra (riferendosi alla lotta contro l’inceneritore di Acerra, dove la popolazione aveva fatto un giardino del pantano che era il luogo dove doveva sorgere, e aveva organizzato una raccolta differenziata autogestita). Viviamo tra i veleni, ci sono i tumori. Che relazione c’è tra il desiderio della nascita, il miracolo della nascita, e la vita per come la viviamo? Qui c’è una messa in discussione del rapporto corpo-natura, terra-corpo. 

Io penso da tempo che l’emergenza come regola politica, amministrativa e culturale abbia portato alla distruzione di ogni possibile alternativa al sistema dato, quale che sia, ed all’azione - di destra? forse, ma non solo  – di normalizzazione di azioni e coscienze.  
Grazie alla mia amica Isa e a suo padre, squisitamente gentile, visito parti di città accartocciata. Il tempo sospeso e precario segnalato dalle piante che seccano sui terrazzi, dal manifesto di un film che veniva proiettato in quei giorni al cinema, sottratto, quel 6 aprile 2009, al tempo che scorre e fissato in una “inattualità” vertiginosa. Oppure, da un comodino – avrebbe potuto essere il mio – carico di libri, intravisto da una parete crollata. 

Mi portano anche alle case  C.A.S.E.  Che cosa sono? Trascrivo dal sito della Protezione Civile. Meglio di loro … “Il Progetto C.A.S.E. è un piano che prevede la costruzione di “Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili” nel comune di L'Aquila.

Il Governo autorizza il Commissario delegato a progettare e realizzare a tempi di record: - nuove abitazioni;  - non solo case, ma quartieri durevoli e tecnologicamente avanzati (sono compresi tutti i servizi), per tutti i cittadini che hanno la casa distrutta dal terremoto o dichiarata inagibile dopo le verifiche. Sono costruzioni stabili e realizzate con due criteri: - innovazione tecnologica e risparmio energetico;  - protezione dai terremoti”. 

Sono “costruzioni stabili”. Apparentemente, meglio, rispetto alle tendopoli e alle baracche. Ma il punto è che le persone, molte persone, ci si sono sentite deportate e totalmente deprivate della capacità decisionale. Le c.a.s.e. sono fuori dalla città, i collegamenti mediante i mezzi pubblici sono scarsi.  Soprattutto gli anziani e i bambini si sentono sradicati. Non parliamo poi dei costi. Nessuno ha chiesto ad aquilani ed aquilane se desideravano questa prospettiva. In diversi ci hanno detto: sarebbe stato meglio che ci fossero i prefabbricati, perlomeno non avrebbero potuto dirci che eravamo “sistemati”. 

Uno tra i primi messaggi, colto la sera in piazza: ci sono stati tanti terremoti, hanno sempre ricostruito. Questa volta non lo vogliono fare. Perché? E poi: gli italiani devono sapere. Ecco il messaggio, ripetuto, ribadito. Si deve sapere, tutto questo. Tutti pensano che ormai l’emergenza sia finita: no, è ancora tutta qui, nelle case, nelle coscienze, nello stato di emergenza e nel “potere di ordinanza” - commissari, ordinanze, esercito - prorogato ancora dal governo, perlomeno fino al 31 dicembre di quest’anno, nella sottrazione alle regole delle leggi ordinarie. Perché nella dimensione “straordinaria” le regole saltano, l’invocazione della “fretta”, del “far presto” va a braccetto con l’arbitrio, con la non trasparenza, con l’illegalità. Protezione civile e grandi opere, ricordate? “Draquila”, lo abbiamo visto. Le risate degli sciacalli, intercettate quella notte, quando pregustavano l’enorme mole di affari che si profilava all’orizzonte. 

Abbiamo visitato la “zona rossa”. Era un centro storico bellissimo, qualcuna di noi se lo ricorda quando era integro. Una ragazza mi ascolta e mi dice: sai che me ne sono resa conto dopo, di quanto fosse bello? Quando c’era, non ci davo tanta importanza … Il dolore delle amiche aquilane che ci guidano e raccontano: “ci dicono che, del centro storico, dovremmo fare una città medievale hi tech. Ma come è possibile, l'università, il teatro, il conservatorio de L'Aquila erano qui”. L’ipocrisia impera: sono ripartiti i mutui, e, con i progetti casa, tutta la popolazione del centro storico e' stata sparpagliata. Gli anziani, i bambini, i ragazzini non si muovono, c'è stata una moria di anziani e malati. Non hanno più relazioni: gli autobus di là partono per i centri commerciali. Il welfare ora e' tutto domestico. 

Non si vedono soluzioni. Che cosa si dovrebbe fare, abbiamo chiesto? “Togliere la messa in sicurezza,  far crollare quel che deve, poi  restaurare e ricostruire. Sentite gli odori, il materiale marcisce, l'erba cresce”. Intanto, un muro di mattoni che si intravede dietro un portone socchiuso di una sede universitaria è un’altra immagine indelebile, fortemente metaforica, su L’Aquila e sull’Università italiana, anche. 

Ci sono molti posti di blocco, ma è stato rubato di tutto, pure il rame, i negozi sono stati svuotati. 

Tubi Innocenti, giunti, morsetti, snodi. Sono stati pagati uno per uno, ci dicono. 

Un amico sostiene: c’è stato uno scambio, “new town” per zona rossa. Era meglio una minor speculazione, anche a prezzo di una maggiore precarietà. La spesa pubblica per gli alberghi, ad esempio, è stata ed è fortissima. Dice Antonello: il “Progetto C.A.S.E.” è stato deciso dopo 20 giorni dal terremoto: è mancato qualcuno che prendesse le parti della gente disperata e frastornata. Che dicesse "no". 

Abbiamo capito che si è verificata un’invasione politica e militarizzata. Adesso L’Aquila è un non- luogo, la Zora di Italo Calvino, come hanno scritto su uno dei moltissimi cartelli, spesso manoscritti, che troviamo appesi un po’ dappertutto. Ho copiato: “Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può più dimenticare. Ma non perché essa lasci come altre città memorabili un'immagine fuor del comune nei ricordi. Zora ha la proprietà di restare nella memoria punto per punto, nella successione delle vie, e delle case lungo le vie, e delle porte e delle finestre nelle case, pur non mostrando in esse bellezze o rarità particolari. Il suo segreto è il modo in cui la vista scorre su figure che si succedono come in una partitura musicale nella quale non si può cambiare o spostare una sola nota. L'uomo che sa a memoria com'è fatta Zora, la notte quando non può dormire immagina di camminare per le sue vie e ricorda l'ordine in cui si succedono l'orologio di rame, la tenda a strisce del barbiere, lo zampillo dai nove schizzi, la torre di vetro dell'astronomo, la edicola del venditore di cocomeri, la statua dell'eremita e del leone, il bagno turco, il caffè all'angolo, la traversa che va al porto. Questa città che non si cancella dalla mente e come un'armatura o un reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell'itinerario potrà stabilire un nesso d'affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria. Cosicché gli uomini più sapienti del mondo sono quelli che sanno a mente Zora. 

Ma inutilmente mi sono messo in viaggio per visitare la città: obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l'ha dimenticata". Fortunatamente, il nostro viaggio, a Zora-L’Aquila, c’è stato. 

Una città in macerie. Eppure, le macerie potrebbero essere la carta della ricostruzione sostenibile. Occorrerebbe gestirle in maniera virtuosa: sono 5 milioni di metri cubi. Con il recupero del ferro e del rame, con l’eliminazione dell’amianto. Significherebbe anche togliere la città ed il territorio dal sistema caritatevole, ci dicono. L'Aquila e' la metafora dell'Italia: poteva essere un esperimento di buona politica, invece ha prevalso la declinazione vera: fare denaro, riciclare denaro. E' difficile far passare le cose pulite.

L’Aquila è la metafora dell’Italia. Dell’affarismo, della rovina, dell’interesse privato che erode, mette da parte, cancella quello pubblico. Ma lo è anche per la sua capacità di resistenza e di intelligenza, nonostante tutto. Anche di umorismo. La città che sa scrivere: “macerie di tutta Italia, uniamoci”. La città che ha manifestato a Roma.  

Di ritorno da L'Aquila, la città delle 99 cannelle, 99 fontane, 99  piazze, 99 chiese. 

Il cuore pieno, la testa pure. Ho portato con me tante tante parole, tanti abbracci, sorrisi, e anche lacrime. Ho portato pane, formaggio e vino di quella terra. Dire “grazie” alle amiche aquilane che hanno desiderato e voluto questo appuntamento non basta davvero: vogliamo dirvi che vi vogliamo bene, voi donne che ci avete donato l’immagine della cariatide, la donna-scultura che guarda a terra ma sostiene il cielo, come ha scritto Nicoletta Bardi: un simbolo di disperata forza. Faccio mie le parole di Maria Pia: “Ecco il talento delle donne de L’Aquila. Stanno attraversando il dolore e la rabbia. Il terremoto non e’ stato un tradimento di madre terra, ma la violenza ingiusta e ingiustificabile di uomini che non hanno voluto ascoltare la sua voce. Eppure provano con forza e amore a trasformare questa rabbia/dolore in progetti e a realizzare sogni”. 

Ricordatelo: siamo tutte "terre-mutate".

 

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