Le donne di Maggio

12 giugno 2011

Questa lettera, a cura di “Donne in Rete per la Pace”, “Gruppo Donne del Presidio Nodalmolin”, “Donne in Nero”, è stata pubblicata il 9 giugno su

 Il Giornale di Vicenza

POST TERREMOTO
«Esperienza drammatica delle donne all'Aquila»

Il 7-8 maggio una cinquantina di vicentine ha risposto all'invito delle aquilane per l'incontro nazionale di Terre - Mutate, rivolto a donne di tutta Italia per condividere esperienze e progetti, per mettere in comune talenti e competenze, per rilanciare la speranza. Siamo arrivate in centinaia per sostenere il progetto di una “Casa delle Donne” nel centro dell'Aquila, ma anche per stare accanto alle compagne aquilane, per ascoltare le loro storie; per incontrare la città vera, non quella esibita dalla televisione, fintamente normalizzata, ma quella ancora transennata e presidiata da militari, lacerata, sofferta, sospesa nel tempo senza futuro, abbandonata dopo le luci delle promesse. E per vedere la realtà dei luoghi dis-integrati come i villaggi delle C.A.S.E., così lontani, anonimi e privi di spazi soci! ali. Nei gruppi di studio nelle varie “Stanze”, ricavate all'interno dei rarissimi luoghi agibili del centro città per farla rivivere almeno un po', le donne si sono incontrate a riflettere sui temi della militarizzazione e della resistenza creativa, dei beni comuni e della legalità, della dis-informazione, dei corpi violati, e della cultura come antidoto al mercantilismo.

L'Aquila è un'esperienza sconvolgente per l'immobilità delle sue crepe, delle sue spaccature, tenute insieme da impalcature, puntelli, giunti; per gli squarci di vita privata, improvvisamente interrotta il 6 aprile 2009, che dalle case diroccate si offrono ancora agli sguardi. Stesse crepe, stessa immobilità nella vita e nell'anima della gente, che senza più la propria casa, la propria città con i suoi legami, vive il dramma di un non ritorno. Molte le persone “deportate” nelle cosiddette New Town, molti gli anziani che continuano a vivere negli a! lberghi della costa senza speranza di futuro. Molti, tra quest! i scampati al terremoto, i morti: per malinconia, per la perdita delle relazioni con la rete sociale; troppi i suicidi. Dosi massicce di psicofarmaci.
Ma L'Aquila è stata anche un'esperienza estrema per come è stato gestito il post - terremoto, in deroga alle leggi normali, con il potere assoluto del commissario straordinario, senza mai consultare i cittadini. Con un controllo militare ferreo, in cui non era possibile uscire dalle tendopoli per trovare parenti, o ricevere visite, né avviare iniziative, fare riunioni. Nei campi i terremotati non potevano collaborare alla gestione della vita quotidiana, erano sudditi, passivi fruitori, e potevano solo ricevere assistenza. Il modello militare di organizzazione dei campi di accoglienza, la modalità assistenziale e autoritaria di gestire la quotidianità, espropriando l'iniziativa delle persone, ha contagiato anche il lavoro prezioso dei volontari. Questo raccontavano le aquilane, e sarà difficile! dimenticare gli occhi umidi di chi, dopo la catastrofe e l'impotenza del terremoto, dopo lo shock delle perdite di vite e di luoghi, racconta l'umiliazione di subire le decisioni e il controllo dall'alto sulla propria vita e sulla propria terra. Noi vicentine, pur nell'incommensurabilità del disastro terremoto, abbiamo sentito e condiviso questa umiliazione degli aquilani come profondamente nostra, per aver vissuto la stessa imposizione sui cittadini, il disprezzo del potere che occulta la verità, distorce le informazioni, e sollecita infine a “sradicare il dissenso”. Viviamo l'orrore di subire all'interno della nostra vita quotidiana una base di guerra decisa sulle nostre teste, e la realtà di una terra - mutata dalla militarizzazione nella nostra Vicenza. Ma portiamo con noi, oltre alla ricchezza degli incontri e alla solidarietà delle donne presenti, la forza di figure come Giovanna Marturano, 

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